“Un uomo solo viene colpito quando viene lasciato solo”. Questo ebbe a dire il generale e prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa in un'intervista rilasciata a Giorgio Bocca soltanto qualche giorno prima di venire giustiziato dalla mafia il 3 settembre del 1982. Con lui, in via Carini, morirono la giovane moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo. Incorruttibile e lungimirante, Dalla Chiesa fu il primo a parlare di una mafia policentrica e non unicamente circoscritta ad un territorio geografico di riferimento. Il suo pensiero e i suoi metodi investigativi, rimasti attuali più che mai, sfidarono l'omertà di quegli anni quando persino nominare la parola “mafia” poteva costare la vita e rappresentare un affronto per boss e affiliati. A Palermo venne ucciso pochi mesi dopo rispetto al suo insediamento, mandato da solo e con poche armi a sua disposizione a combattere una guerra più grande di lui. Per la strage di via Carini, avvenuta appena 100 giorni dopo rispetto a quella che portò alla morte di Pio La Torre, vennero condannati mandanti ed esecutori materiali.
Fin da subito si parlò di ombre e connivenze tra mafia e politica, dubbi ribaditi financo nelle ultime sentenze in cui si legge: «Si può senz'altro convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d'ombra... e specifici interessi, all'interno delle stesse istituzioni, all'eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale». Il giorno dei funerali, una grande folla protestò contro le presenze politiche, sottoposte a lanci di monetine e insulti al limite dell'aggressione fisica. Solo l'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini venne risparmiato dalla contestazione.
Oggi, nel giorno del 44° anniversario dall'omicidio, a ricordare il sacrificio di Carlo Alberto Dalla Chiesa è stato anche il governatore Renato Schifani: rappresenta una testimonianza ancora attuale e concreta di tenacia e spirito di servizio nella lotta alla mafia. La sua fedeltà ai valori dello Stato costituisce un modello che, giorno dopo giorno, deve ispirare chi opera nelle istituzioni. È anche grazie all’impegno del generale dalla Chiesa, in un contesto difficile come quello dell’epoca, se oggi la mafia è più debole. E proprio seguendo il suo esempio, oggi manteniamo alta la guardia». Alla cerimonia di commemorazione delle vittime, stamattina la Regione Siciliana era presente con una corona di alloro e il gonfalone.
