Siciliacque si aggiudica il primo round legale del noto contenzioso tra la società di sovrambito ed Aica, l'Azienda Idrica Comuni Agrigentini. Il Tribunale di Palermo, Sezione Imprese, ha condannato la società consortile a pagare più di 11 milioni e mezzo di euro di fatture non saldate e canoni di fornitura all'ingrosso in favore dell'ente gestore del sovrambito, oltre al rimborso delle spese di lite. La richiesta iniziale avanzata da quest'ultimo superava i 12 milioni.
I giudici hanno respinto la linea difensiva di Aica, che tentava di ridurre drasticamente l'ammontare del debito sostenendo che l'infrastruttura del "Favara di Burgio", ricadendo nel territorio agrigentino, fosse stata erroneamente inserita tra i beni in concessione alla controparte. La società presieduta da Danila Nobile è comunque riuscita a far escludere gli interessi sulla somma pretesa maturati dal settembre del 2021 e a ottenere lo scomputo di un acconto di oltre 740 mila euro versato durante il giudizio. Una decisione, quella dei magistrati palermitani, che riapre una ferita mai rimarginata e che mette a nudo tutte le contraddizioni della battaglia per la difesa dell’acqua pubblica in Sicilia. Non c'è alcun dubbio circa il fatto che Aica impugnerà la sentenza e presenterà appello.
Il contenzioso — per il quale a gran voce il vertice dell'Azienda agrigentina ha messo la Regione Siciliana di fronte al fatto che è socia della stessa Siciliacque e che di conseguenza dovrebbe incidere nelle decisioni che toccano il bene pubblico più fondamentale di tutti — ruota attorno ai costi dell’acqua erogata e a uno dei capitoli più dibattuti dell’intera vicenda: il possesso e la gestione dell’acquedotto "Favara di Burgio". Aica, i cui soci sono i comuni, ha sostenuto che quell’infrastruttura strategica fosse stata assegnata per errore al sovrambito e che i calcoli delle forniture dovessero essere rivisti.
Il Tribunale delle Imprese ha però respinto questa tesi: l'ordinanza ha confermato gran parte della somma pretesa, pur concedendo ad Aica un parziale "respiro" attraverso lo scorporo degli interessi di mora e un ricalcolo sulle spese di fatturazione. Ma il saldo finale resta una montagna pesantissima da scalare. Ed è proprio qui che si evidenzia il corto circuito delle istituzioni: la Regione Siciliana è infatti socia al 25% di Siciliacque — colosso privato-pubblico — ma allo stesso tempo assume il ruolo di garante e "salvagente" della gestione pubblica di Aica, per evitare il dissesto dei Comuni agrigentini e l’innalzamento vertiginoso delle bollette per i cittadini. Una posizione ambivalente, in cui la Regione si trova contemporaneamente nella veste di creditore privato e di tutore del servizio pubblico.
Un'Amministrazione regionale che non ha potuto fare altro che ricorrere a un paio di prestiti, il primo dei quali — destinato ad avviare il funzionamento di Aica — non è stato nemmeno utilizzato da tutti i comuni. È questo il peccato originale attorno alla gestione dell'acqua secondo l'ex liquidatore dell'Eas Marcello Massinelli, il quale si è espresso recentemente in merito durante un'intervista rilasciata al nostro Telegiornale: non tutti i comuni della provincia hanno aderito all'Ato e a più di una decina è stato concesso di autogestire il servizio idrico sulla base di norme successive, complicando inevitabilmente i piani. Adesso l’ordinanza riaccende il dibattito sul valore reale e sulla sostenibilità della vertenza per l’acqua pubblica. Comuni che nel frattempo sono costretti a coprire le perdite di Aica. Cosa fatta anche dal comune di Sciacca su una vicenda che è stata più volte oggetto di dibattito in consiglio comunale
