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34 anni fa la strage di Capaci. Il messaggio di Giovanni Falcone resta ancora vivo e attuale

34 anni fa la strage di Capaci. Il messaggio di Giovanni Falcone resta ancora vivo e attuale

Il 23 maggio del 1992, un sabato come oggi, alle ore 17:56, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e i membri della Polizia di Stato che erano la loro scorta, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani, furono uccisi da una violenta esplosione causata da centinaia di chili di tritolo sull’autostrada A29, all’altezza dello svincolo per Capaci. L’attentato, innescato, si saprà diversi anni dopo, da un comando a distanza azionato dal boss Giovanni Brusca per ordine di Cosa Nostra, scavò una voragine non soltanto nell'autostrada per Capaci, ma soprattutto nella coscienza del Paese.

A 34 anni da quel giorno che ha cambiato sicuramente la storia d’Italia, a fare ancora più male, è la consapevolezza, oggi quasi la certezza, che ad agire non fu soltanto la mafia, ma pezzi deviati e infedeli dello Stato e dei Servizi Segreti. L'obiettivo: fermare a tutti i costi le indagini portate avanti da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, trucidato in via D'Amelio appena 57 giorni dopo prima che potesse capire appieno la verità su quanto accaduto a Capaci. Azioni militari e plateali che sconvolsero l'opinione pubblica internazionale. Falcone e Borsellino furono i primi a capire che per colpire i clan mafiosi bisognava aggredire innanzitutto i loro capitali, seguire il denaro e i suoi movimenti. Grazie alle loro innovative indagini patrimoniali, si passò dall'immagine della vecchia mafia con coppola e lupara alla visione moderna e ancora attuale di Cosa Nostra come una Spa, un dedalo di aziende a nove zeri che metteva e mette insieme imprenditori spregiudicati, professionisti, criminali, mondo della finanza e della politica. Dopo 34 anni, le commemorazioni non siano soltanto vuota retorica, ma momento per riflettere e per rilanciare con forza il messaggio di Giovanni Falcone, per comprendere, nella lotta alla mafia, da dove ripartire e a cosa puntare.

Queste le parole dello stesso giudice in una sua intervista del 1990.

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